Inizio turno, primo giorno.
Tac, la schedina entrava nella macchina oraria, bucando un altro turno segnato “mattina”. Ieri ero entrato il pomeriggio e uscito a sera tarda, domani mattina di nuovo e infine dopodomani e il giorno dopo, purtroppo, turno di notte. Estratto il cartoncino, l’orario che temevo: nove e ventitré, quasi mezz’ora di ritardo.
-Urbinati, non credevo avessi pomeriggio oggi.
-Tiziano, non infierire. -Rispondevo ironico al portiere.
Da dietro la teca di vetro in cui stava, l’anzianissimo discepolo lavorava da trent’anni come sorvegliante dell’ingresso, e da altrettanti si divertiva a commentare le azioni e -più problematico- l’aspetto fisico di chi entrava e usciva dallo stabile. Non che lui facesse molto oltre quello -era incapace di dare informazioni ai visitatori- o che fosse particolarmente attraente con i suoi occhiali spessi un dito e la testa mezza pelata e mezza ricoperta da capelli untuosi (o resinosi, mai chiarito la cosa).