Il Capo.

Già da sopra il muro divisorio in cartongesso vedevo colare come una foschia, bianca e aromatica, e all’interno si poteva distintamente udire lo scricchiolio della sedia, avanti e indietro. Bussavo nuovamente, il suono si arrestava allora bruscamente.

-Sì, avanti.

La camera era inondata di vapore, che a tratti formava una densa nebbia attorno al sovrintendente. Di tanto in tanto un gorgoglio di acqua, e un nuovo sbuffo lo ravvivava. Il vapore proveniva da un marchingegno di fattura palustre, senza dubbio, se ben lo riconoscevo, il quale tramite un braciere bruciava un certo composto dolciastro di erbe e melassa. Il calore faceva, a quanto ne so, bollire l’acqua, che tramite un lungo stelo veniva aspirata, come una normale sigaretta o sigaro, e conservava il sapore del composto.

-Buongiorno.

-Buonasera. -Effettivamente, era quasi sera ormai.

-So che voleva vedermi?

-Lei è… -Sentivo uno sfogliare di note. -Primo Urbinati, giusto?

-Sì, questo è esatto.

-Sì, allora, la volevo vedere. -Un altro sbuffo. -Spero non le dia fastidio il fumo.

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