Ufficio PCN032, primo giorno.

La porta si apriva cigolante, e all'interno il nostro loculo, su cui si apriva uno sproporzionato finestrone verso il canale adiacente. Una bella differenza dalla triste luce elettrica, una condanna quando il pomeriggio il sole concentrava i suoi raggi su noi malcapitati facendo bollire le nostre cervella dal caldo. Al suo posto l’impiegato modello, Sesto Tersili, detto lo Zerozero, o più semplicemente Z. Aveva già le cuffie in testa, e stava furiosamente telegrafando il suo messaggio, senza nemmeno un errore, almeno a quanto potevo sentire dal codice. Non aspettavo nemmeno un suo saluto, sapevo quanto odiasse le distrazioni, e procedevo verso la scrivania. Massiccia, di legno verniciato, munita di una macchina telegrafica, di una luce moderna -spenta, per ora- di un imponente plico telegrafico e di un paio di oggetti miei personali. Una foto di gruppo della mia Casa, ai tempi degli studi primari, un fiore appassito che mi ostinavo a tenere in bella vista. Nessuna penna, per evitare la trascrizione o la manomissione di documenti: le uniche penne erano nella sala comune. Aggiunsi alla rinfusa il contenuto della mia valigetta. Di fronte alla mia sedia, un documento a bassa priorità pronto per la trasmissione e un indirizzo.