La solita scenata.
Lo Stanga rompeva allora la sua rigidità militare con una ghigna e voltandosi verso i sottoposti, la faccia percorsa da più di una cicatrice profonda si contrasse in una smorfia terribile. I sottoposti per nulla turbati ridacchiavano e facevano un commento che non colsi. Posta la mano al pomello della sciabola e lucidando con la destra la mostrina con l’aquila dell’esercito iniziava con tono paternalistico:
-Prima di tutto, “Stanga” è un nome che non si deve permettere di pronunciare quando sono in divisa. Secondo, Fausto, lei è tenuto a presentare i documenti se richiesti da qualsiasi protettore, perlopiù se lo conosce per nome.
-Guarda, ti fermo subito e ripeto, sono in ritardo.
-Non mi interessa proprio, anzi, se è in ritardo si sbrighi a tirare fuori i documenti, così può andare via prima, le pare?
-Perché bisogna sempre fare questa scenata un giorno sì e uno no qui? -Sbuffando tiravo fuori dalla valigetta la carta di ingresso allo stabile e il documento di circolazione.
-Me lo dica lei.
Presi e documenti e dopo uno sguardo veloce, annuiva e me li riconsegnava, e io con stupore ironico li riprendevo e tornavo a camminare senza nemmeno prendermi il tempo di metterli via. Che spreco di tempo.
-Buona giornata caporale- Seccato.
-A lei.
Ridacchiare di fondo tra i sottoposti.